Sia il meeting bocconiano “Dalla filiera alla rete: le nuove regole di ingaggio della comunicazione digitale“, e sia l’articolo di Luca Conti uscito in prima giovedì su Nova del Sole24Ore, confermano che il valore della partecipazione è un must aziendale, sopratutto per le comunity on line.
Ma il coinvolgimento e la partecipazione dell’utente/cliente, mi richiamano le mie esperienze nella progettazione partecipata, nella gestione di progetti sociali di cittadinanza attiva.
Le aziende sono interessate ad investire sui social media per creare relazioni durature e proficue con i propri clienti: per questo diventano “produttrici di contenuti” e invitano i membri delle comunity a crearne altri, senza un coordinamento gerarchico ma puntando sul coinvolgimento spontaneo scatenato dal brand.
Ma se l’obiettivo delle imprese su web non è solo vendere ma creare relazione, è l’engagement, il bilancio partecipativo (il caso di Porto Alegre è il più famoso) è un modello di co-gestione di parti del bilancio economico di Enti Pubblici (o privati) che punta ad una co-gestione e responsabilizzazione dei cittadini, attivando processi condivisi.
Dal web partecipativo a bilancio partecipativo, non vedete una relazione?
Oltre al nomi, engagement è proprio il termine utilizzato in Francia per parlare di cittadinza attiva, e poi comunity, reti sociali, vedo analogie negli obiettivi.
Le aziende, vedi l’esempio nel mulino che vorrei , danno sempre più importanza ai clienti come ideatori, costruttori e diffusori di contenuti: i prosumer sono una forma di patrimonio delle aziende, primi percettori del reale valore del brand, quasi fossero sentinelle.
Se replichiamo il concetto, sostituendo al Mulino Bianco un Comune, un territorio, i cittadini partecipano attivamente alle scelte.
Ricordate la campagna di comunicazione di Bertinotti di qualche anno fa in cui ognuno poteva specificare i prorpi desideratasu dei post it?
In quel caso fu solo un’operazione di comunicazione ma, senza citare l’esempio di Porto Alegre, gli esempi di bilancio partecipativo a livello europeo ormai sono consolidati e l’ultimo libro di Giovanni Allgretti , conferma che la tendenza ormai è da considerarsi prassi.
Attaccamento al brand e attaccamento al territorio, partecipazione alle scelte aziendale a pubbliche, diffusione del valore: le analogie tra pubblico e privato sono molte. Tra l’altro il bilancio partecipativo può venire adottato anche per recuperare la fiducia dei cittadini, magari a seguito di qualche fatto che aveva causato un’allontanamento, quasi fosse un’operazione di branding.
In ballo c’è la reputazione, la social responsability, la trasparenza, la credibilità: che sia politica o commerciale, che sia per le corporate o per le PA, il valore della partecipazione è indubbio, senza citare G.Gaber.
Reputazione, comunità, ascolto attivo, condivisione, partecipazione, trasparenza, sono le stesse tag che userei per definire la cittadinza attiva nel sociale e le comunità on line dei brand.
Da una parte la cosa pubblica, dall’altra le corporate. Ma ci sono analogie anche per gli strumenti?
Ossia, possiamo considerare i social media come strumenti ideali per gestire relazioni e processi decisionali anche per la cosa pubblica?